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(Giovedì 15 dicembre 2016.) Bel concerto di fine anno tutto dedicato a Rossini con il Coro da camera Glass armonico diretto da Anita Dordoni, il soprano Francesca Mercuriali, il baritono Christian Pellegrini e la pianista Grana Dikanovic. In apertura alcuni brani tratti da La petite messe solemnelle, che condivide con lo Stabat mater l’impronta del “lirismo spirituale”, se così si può dire, che è poi la cifra del Rossini sacro: un sacro molto umano e impregnato di romanticismo. A seguire, alcuni temi tratti da Péchés de vieillesse, sui quali il compositore ha lavorato dal 1857 al 1868, l’anno della morte, nella bella villa di Passy. Rossini si ritirò dalla produzione di opere ancora giovane, a 37 anni, dopo il Guglielmo Tell. Nella seconda stagione della sua carriera artistica, lontano dalle mondanità e dalla pressione dei successi, compose musica sacra da camera e molti divertissement, che nacquero in modo leggero e per gioco. Anche in questi “peccati senili” prorompe l’incontenibile talento umoristico di Rossini. Ottima l’esecuzione del coro, in crescendo di calore ed empatia con lo spartito (forse un omaggio al Maestro di Pesaro, che quando si trattava di lanciare il galoppo non era secondo a nessuno?). La Mercuriali si è spesa bene e in modo generoso, esplicando una voce potente e sfaccettata. Pellegrini, nonostante la febbre alta, ha cantato con pieno controllo della situazione, sia dentro che fuori dal coro. Ha convinto il duetto Servo! Serva!, in cui i due cantanti hanno dato sfoggio di attitudini teatrali di tutto rispetto, oltre che di ingranaggi dell’affiatamento oliati a dovere. Dopo la musica, fette di panettone a gogò e brindisi al nuovo anno, ottemperando alle istruzioni dell’ultimo brano eseguito, Toast pour le nouvel an.

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(Giovedì 17 novembre 2016.) Presentazione di un libro. Anzi due. Anzi di una casa editrice, dall’esotico nome Blonk, che nel 2016 festeggia un duplice traguardo: cinque anni di vita e la decisione di stampare su carta alcuni titoli del proprio catalogo. Si tratta di un traguardo, dato che il progetto iniziale era di concentrarsi sulla pubblicazione di ebook, e infatti il motto dell’editore era ‘libri senza attrito’. Eugenio Alberti Schatz, autore di 101 lasciamenti – Piccolo galateo della crudeltà (Blonk, 2013) e Ciccio Rigoli, autore di Libreria Alessandria (Blonk 2013), hanno letto rispettivamente brani dei due libri. Sorrisi e qualche risata in platea alla lettura di alcuni lasciamenti, che sono delle microstorie di coppie che si piantano in asso con il massimo grado di teatralità, malvagità e irreversibilità del gesto. Riso amaro, s’intende, in una fase storica in cui le coppie che tengono sulla distanza riverberano una luce eroica e sovrumana. Dopo di loro, è toccato a Federico Raveglia raccontare il nuovo corso di Blonk. L’art director Claudio Beretta ha invece commentato la nuova veste grafica dei volumi. E ha chiuso Simone Marchetti, prêt-à-sommelier e ambasciatore della terra madre blonkiana, l’Oltrepò Pavese, che con l’aria trasognata di un Pierrot lunaire nostrano ha decantato due etichette, il Cruasé Monteceresino Metodo Classico millesimato 2011 e il Pinot nero vinificato rosso vendemmia 2015, entrambi della Cantina Travaglino di Calvignano. Poi tutti a bere e degustare, come da tradizione.

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Il 30 novembre a Milano il Progetto Ligabue – Arte, marginalità e follia, di cui l’Accordata è partner, ha vinto il Premio Ubu 2015 come miglior progetto artistico e organizzativo. Effettivamente, il progetto ha comportato 3 anni di lavoro, 3 spettacoli in tournée che hanno sempre fatto sold out, centinaia di artisti di ogni profilo coinvolti in una macchina complessa e articolata sul territorio. Il gran finale dal titolo Bassa continua si è svolto dal 21 al 24 maggio, con 3 diversi spettacoli itineranti che poi confluivano nella metafisica piazza di Gualtieri per il funerale del Toni/Perrotta. L’Accordata è intervenuta direttamente in tre momenti distinti. Il 24 aprile Anita Dordoni e il coro Glass Armonico sono andati in trasferta a Chiasso, dove nella striscia di nessuno, proprio sul confine, hanno eseguito la Missa brevis di Antonio Lotti per lo spettacolo Toni al confine di Mario Perrotta, in collaborazione con il Festival internazionale di narrazione di Arzo. Il 24 maggio invece si sono esibiti nel Teatro Comunale Ruggero Ruggeri di Guastalla eseguendo brani a cappella di Monteverdi, Lotti, Gastoldi e altri. E sempre a Guastalla, nello stesso giorno, in una piccola stanza affacciata sulla piazza antistante al Palazzo Ducale, Eugenio Alberti Schatz e Zeno Peduzzi si sono cimentati in un’azione artistica non-stop di 24 ore dal titolo Antro della follia dedicata a Ligabue, con la produzione di disegni e versi composti con scrittura automatica.

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Riunito è tutto ciò che vedemmo,

a prender congedo da te e da me:

il mare, che scagliò notti alla nostra spiaggia,

la sabbia, che con noi l’attraversò di volo,

l’erica rugginosa lassù,

tra cui ci accadde il mondo.

San Maurizio al Monastero Maggiore, in corso Magenta. Qualcuno la chiama la Cappella Sistina di Milano. Qui, in un luogo legato a doppio filo alla poesia e alla musica grazie allo strenuo operare del funzionario comunale-poeta Sandro Boccardi – ha ospitato concerti indimenticabili di Jordi Savall, Monserrat Figueras, Laura Alvini, Hopkinson Smith e tanti altri decani della musica antica europea – qui, sotto gli affreschi stupefacenti di Bernardino Luini (e infatti danno assuefazione!) il 28 maggio è andato in scena il concerto-spettacolo Di soglia in soglia – Intorno a Paul Celan. Celan è un titano della poesia in lingua tedesca, capace di evocare paesaggi interiori che fanno sprofondare nelle cantine dell’anima o volare sopra le nuvole. Capace di creare immagini talmente vivide da farti dimenticare che stai leggendo una poesia. La serata è stata dominata dalla travolgente esecuzione organistica dei brani di Frescobaldi e Gabrieli da parte di un musicista di spicco, Antonio Frigé, l’organista di San Simpliciano. Gli ha fatto da contrappunto l’intensa prima escuzione de La Spiritata remixed – elaborazione della Canzone detta La Spiritata di Giovanni Gabrieli di Caterina Calderoni, eseguita da Grana Djikanovic. Ottime le cesellature corali del gruppo Glass Armonico diretto da Anita Dordoni, che ha fatto risuonare con cura e trasporto la Messa del primo tuono di Antonio Lotti. A intervallare la musica, i versi misteriosi di Celan letti da Alberto Baraghini. Sandro Boccardi sarebbe contento: musica e poesia continuano a viaggiare a braccetto. La poesia di Paul Celan qui sopra si intitola Spiaggia bretone ed è tratta dal ciclo Sette rose più tardi.

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L’Accordata si è unita a una cordata bella e interessante: quella del Progetto Ligabue. Di che cosa si tratta? Nasce dall’idea dell’attore Mario Perrotta, vincitore del premio Ubu nel 2013 e del Premio Hystrio Twyster nel 2014 proprio con lo spettacolo Un bès – Antonio Ligabue. Il progetto, che ha coagulato intorno a se una rete di 15 partner, culminerà nel 2015 con l’occupazione artistica del confine lombardo-svizzero e delle sponde mantovane e reggiane del fiume Po in occasione del 50° anniversario della morte dell’artista. Ligabue è probabilmente l’artista naif italiano più celebre e di spessore. L’Accordata, insieme alle associazioni duel, al Festival Internazionale di narrazione di Arzo, in Svizzera e alla Fondazione Archivio diaristico nazionale, darà una mano proprio sul versante italo-svizzero. Perché la Svizzera? Perché Ligabue ha vissuto in Svizzera fino all’età di 18 anni. E perché riflettere sul tema dell’inclusione/esclusione risulta particolarmente interessante quando il confine è sia un luogo fisico sia una dimensione dell’anima. Questo modulo del progetto, che gode del patrocinio della Fondazione Cariplo, rientra nel programma “ViaVai – contrabbando culturale Svizzera-Lombardia”, un’iniziativa della fondazione Pro Helvetia realizzata in partenariato con i Cantoni Ticino e Vallese, la città di Zurigo e la Ernst Göhner Stiftung e con il patrocinio degli Assessorati alla cultura della Regione Lombardia e del Comune di Milano. Maggiori info su http://www.progettoligabue.it e http://www.viavai-cultura.net.

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(Venerdì 23 maggio e domenica 25 maggio 2014.) È andata! La nostra piccola associazione, grazie a una dose equina di follia, incoscienza e buona volontà, è arrivata alla prima tappa del progetto Orfeo, canta!, uno spettacolo itinerante attraverso il Museo del Novecento di Milano ispirato ai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke. Orfeo, canta! è stato il colpo di coda di chi non ha accettato che l’ultimo concerto della stagione O come Orfeo fosse saltato senza contropartita. E che colpo: un piccolo kolossal, con 80 persone di cast artistico per un pubblico di un centinaio di persone che si sono lasciate afferrare e trascinare attraverso le sale senza fare resistenza. Quasi due ore e mezza di spettacolo di teatro, musica e danza. Puro teatro totale con l’arte del Novecento come canovaccio scenografico. Diciamoci la verità, i nostri bulbi oculari, padiglioni auricolari e muscoli cardiaci non sono abituati a immergersi in azioni corali complesse, vivendo la performance sulla pelle, senza distanze di sicurezza. È stato subito chiaro che si è trattato di un evento fuori dagli schemi e dalla routine, con un’irruenza che può far ricordare i flash mob. Franco Brambilla, regista e creatore dello spettacolo, nella sua lunga carriera ha lavorato più d’una volta in spazi lontano dai teatri deputati. I momenti a cori unificati, all’inizio, sulla rampa che domina i Bagni metafisici di De Chirico, e alla fine, nella Sala Fontana con il corpus del Duomo a fare da quinta, hanno creato le due punte emotive su cui è stato tirato il cavo di uno spettacolo ricchissimo ma fluido come un mantra. Parlare di successo è riduttivo, operazioni del genere non sono alla ricerca di un plauso, sono consapevoli in partenza del valore e del bouleversement che portano in dono. I Sonetti a Orfeo si confermano fra gli esiti più alti del racconto contemporaneo del mito di Orfeo e Euridice. Grazie a tutti gli “azionisti” artistici dello spettacolo, in primis gli attori Saverio Bari e Barbara Nicoli, la danzatrice Lara Guidetti, i maestri del Coro Bach di Milanno e Glass armonico, rispettivamente Sandro Rodeghiero e Anita Dordoni (anche curatrice del progetto), i musicisti e gli altri “complici”. Un grazie particolare a Maddalena Novati, curatrice con noi del progetto, che ha creduto da subito nell’utopia, aiutandoci a cavarne qualcosa di tangibile. E indimenticabile. Ora per un po’ ce ne staremo calmi, promesso.

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(Domenica 2 febbraio 2014.) Beh, 15 artisti sul palco non li abbiamo mai avuti! Lo facevano sentire gremito e vivo più che mai, da scuotere le fondamenta sonnacchiose dell’edificio religioso che ci ospita. L’ensemble strumentale Concento de’ Pifari e l’ensemble vocale Canzon de’ Pifari si sono buttati nel programma con un abbrivio e un’allegria che a tutta prima hanno quasi creato uno spostamento d’aria ‘mentale’ negli attoniti spettatori. Aggiungi la frenesia coinvolgente dei ritmi da ballo, sembrava che i musici pescassero con lunghe radici direttamente dal sottosuolo la carica necessaria. Nel dottissimo testo in programma Lucio Testi, che funge anche da direttore dell’ensemble, ci racconta del Concilio Tridentino preoccupato della libertà con cui la musica colta rinascimentale andasse a cercare lontano le proprie fonti di ispirazione. Ascoltandola questa musica, vien da dire che ne avevano ben ragione, quei prelati oscuri, poiché trattasi di musica contagiosa e poco governabile. Restano impressi i suoni dei cornetti, così lontani e arcaici alle nostre orecchie, e al tempo stesso così familiari e intimi. Come in tutti i concerti di musica antica, i racconti sugli strumenti sono stati copiosi e affascinanti. Il Concento de’ Pifari nel suo assetto attuale di associazione culturale senza fini di lucro è nato nel 1996, e da allora promuove il repertorio degli strumenti a fiato rinascimentali.  Il cornetto, che ebbe la massima diffusione nel ‘500 e nel ‘600, secondo il virtuoso veneziano Girolamo della Casa “è il più eccellente per imitar la voce humana”. Viene costruito facendo combaciare due valve di legno e rivestendole con una guaina di pelle. Il concerto è stato dedicato ad Alberto Rossi, storico cornettista del gruppo, scomparso nel gennaio del 2013. Caterina Calderoni, che lo ha ricordato con commozione, ha raccontato dei suoi talenti musicali ma anche del suo modo di vedere e di fare la musica insieme agli altri, spendendosi senza fondo, senza curarsi di gerarchie, conservatori e visibilità, e in qualche modo tornando così alle radici più pure e arcaiche della musica, soprattutto quella popolare. P.s. John come kiss me now, che abbiamo ascoltato nell’intavolatura di William Byrd (1539-1623), è una celebre canzone d’amore ripresa da diversi compositori.

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(Giovedì 24 ottobre 2013.) Bel concerto, all’Auditorium de La Cordata, per celebrare trent’anni di sodalizio fra il poeta Evelina Schatz, nato a Odessa ma milanese d’adozione, e il compositore Andrea Talmelli. Più che un sodalizio, verrebbe da dire il viaggio di un’amicizia che dura da vita. Il repertorio prodotto a quattro mani da Talmelli e dalla Schatz è effettivamente ricchissimo, ed è stato eseguito a Milano, Mosca, San Pietroburgo, Vancouver, Siracusa, Firenze, Parma… Già solo snocciolare queste città è un piccolo viaggio. Viene anche da dire che in questo caso  l’uso della parola sodalizio è ben motivato e ci parla di costanza nello scambio e reciproca evoluzione: non si tratta qui di un compositore che abbia preso in prestito dei testi, ma di due artisti che hanno scelto di affrontare un tragitto in cui spesso si sono trovati a camminare in risonanzaAbbiamo ascoltato il flauto di Giorgia Natale eseguire Pleniluni silenzi tibetani del 1985 (youtube.com/watch?v=P5UKz7_O6J8), i giovani Stanislao Marco Spina e Rocco Biazzi eseguire Tamburi di Sicilia del 1993 (youtube.com/watch?v=Zfo7I2h7Hdk) e la prima aesecuzione assoluta di Scienza della passione per voce recitante, flauto, contrabbasso e clavicembalo, cantato da Anida Dordoni, con Silvia Leggio al clavicembalo (youtube.com/watch?v=0t8upHu_AeQ). Bello ascoltare i versi in russo e in italiano di Evelina Schatz, dal sapore così geografico, quasi un elogio della lontananza, ospitati dalle severe e al tempo stesso amabili architetture della Compagnia di Sant’Orsola. Sullo schermo intanto scorreva il montaggio video di  Angela Molteni con immagini di molti lavori d’arte e libri d’artista di Evelina Schatz. Dal 2012 Andrea Talmelli è Presidente della Fondazione Giovannini di Reggio Emilia.

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(Domenica 19 maggio 2013.) È il titolo del settimo concerto della stagione O come Orfeo. La stagione volge al termine, il viaggio è stato ricco e avventuroso. Il trio di Andrea Ruffilli al violino, Yuriko Mikami al violoncello e Angelo Colletti al pianoforte hanno eseguito senza incertezze Astor Piazzolla e Giovanni Sollima, con un un piglio ritmico  ben saldo e un suono essenziale, senza orpelli sentimentali. Nessuna cartolina, insomma. La modernità di Piazzolla non finisce di stupire: come Bartók, come De Falla, è un compositore che ha saputo trasformare la cultura di una tradizione popolare in un messaggio universale e contemporaneo, oltre ogni riduzione spazio-temporale. Alle loro spalle le misteriose elaborazioni visive di Mario Greco su materiali di un film che è fra i più misteriosi di ogni tempo, il noir Strade perdute (Lost Highways) di David Lynch, del 1997, con Bill Pullman e Patricia Arquette (nella foto sopra). Un film su cui si sono versati fiumi di inchiostro e che contiene tutti i crismi della poetica di Lynch. Lo abbiamo scelto per la sua indagine sul tema del doppio (il mito di Orfeo ed Euridice può avere anche questa lettura) ma più ancora per il tema del labirinto e della deformazione della memoria. I labirinti sono ambienti inquietanti in cui si perde la nozione del tempo e può capitare di attraversare la soglia fra vita e sogno, o fra vita e morte. Il labirinto sono le necessarie fasi della vita in cui bisogna perdersi e poi rifondare tutto, partendo daccapo. La scena dell’esplosione della casa sulla spiaggia montata da Mario Greco al contrario rimarrà a lungo nelle nostre retine. Il titolo del concerto Amo ricordare le cose a modo mio è tratto da un dialogo del film.

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(Domenica 23 aprile 2013.) Apollo, dio della divinazione. Dioniso, dio dell’ebbrezza. Apollinaire, poeta classico e levigato. Dino Campana, cantore dell’irrequietezza e lui stesso personificazione del poeta maudit. Uno contro l’altro, e a far da contrappunto una cavalcata dal Settecento (Gluck) al Novecento (Debussy e Janácek) passando per l’Ottocento di Grieg. Poi, durante il duello, si divertono a scambiare le parti. Così abbiamo scoperto certe immagini spiazzanti del francese, e del fiorentino autore de i Canti Orfici un certo sguardo geografico dello stupore sul mondo.

Quando in una baia profonda di un’isola equatoriale

in una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno

noi vedemmo sorgere nella luce incantata

una bianca città addormentata

ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti…

Il giovane Andrea Favalessa al violoncello e Maria Semeraro alla tastiera si sono confermati come un duo di grande potenza espressiva e affiatamento, una macchina esecutiva eccellente con una visione già molto delineata del loro racconto musicale. Accanto a loro sul palco, a leggere i versi della tenzone, Stefania Casiraghi, convincente sia nella lettura che come mannequin dello Sculturabito di Elisabetta Presotto. Si ricorda un particolare: la sua mano che fuoriesce dai tagli geometrici come la testa di una tartaruga, esitante, lenta ma curiosa della vita. Applausi sinceri agli artisti, e a questo punto, forse non è prematuro pensarlo, all’idea artistica della stagione verso un teatro totale in cui musica, arte e poesia si attorcigliano.

(Nella foto Il sogno di Achille, di Alberto Savinio, 1926.)