Image

(Venerdì 20 aprile 2012.) La Compagnia RossoSipario ha portato un bello spettacolo nell’Auditorium La Cordata, in quartiere Barona: Les amants du métro, di Jean Tardieu (1903-1995). Otto attori sul palco che sobbalzano sulle rotaie, ma i personaggi sono molti di più, una moltitudine, un vagone di volti, di storie, di nevrosi moderne. Per essere precisi: lui, lei, 23 viaggiatori anonimi e un manichino. Tardieu gioca di continuo con le parole e con l’incomunicabilità delle parole, divertendosi a creare trappole di surrealtà in cui a ogni passo i personaggi cadono volentieri. Due siparietti fra tanti: un prete e un lettore si scontrano, i libri cadono, il prete legge San Paolo, l’altro legge il marchese De Sade; una signora francese e una signora col velo musulmano non si capiscono, ma poi si riconciliano grazie a un intereprete surreale, che parla un grammelot totalmente inutile ai fini della comprensione, ma non dell’esplorazione reciproca evidentemente. Tardieu è stato un autore importante del Nouveau Théâtre francese e ha lavorato molto sui registri dell’assurdo. Il testo, il cui sottotitolo è Balletto comico senza danza e senza musica, è andato in scena per la prima volta a Parigi il 22 aprile 1952, esattamente sessant’anni fa. Peccato che Tardieu non sia venuto a vedere lo spettacolo. La regia è di Stefania Casiraghi, le scene sono di Mariangela Zabatino. Bella l’idea di utilizzare la vetrata continua come fondale dello spettacolo. L’auditorium non era gremito, ahimé, e dispiace. Lo spettacolo ha avuto altre due repliche.

Image

(Domenica 15 aprile 2012.) Ancora una tappa in Sudamerica per il nostro Round trip. Un concentratissimo Massimo Laura alla chitarra ha affrontato per il nostro pubblico una piccola impresa alpinistica: ha scalato davanti ai nostri orecchi la montagna dell’integrale dei Dodici studi per Andrés Segovia di Heitor Villa-Lobos. Gli studi sono stati composti nel 1929 da un Villa-Lobos ancora poco conosciuto. Li compose espressamente per Segovia durante il suo soggiorno a Parigi. Segovia gli aveva chiesto un brano e lui si presentò con ben 12 studi! Il maestro ne avrebbe poi eseguiti in pubblico solo tre, non si sa se perché non gli fossero piaciuti o perché erano tecnicamente molto difficili. Per fortuna la scalata di Massimo Laura è stata interrotta da Giulia Cailotto con le intense e perpetue poesie di Neruda, lasciandoci il tempo di respirare e rigenerare la capacità di assorbimento emotivo. Per bis, di fronte a un pubblico emotivamente stremato, ha avuto l’ardire di suonare un pezzo interamente sugli armonici che riproduce la sonorità di un carillon. Virtuosismo alle stelle, cuori sanguinanti e felici. Il titolo del concerto è preso da un verso di Pablo Neruda del 1959: Due amanti felici fanno un solo pane, / una sola goccia di luna nell’erba, / lascian camminando due ombre che s’uniscono, / lasciano un solo sole vuoto in un letto. (Nella foto Andrés Segovia a New York nel 1977.)

Image

(Domenica 18 marzo 2012.) Sala zeppa per ascoltare Andrea Ruffilli al violino e Angelo Colletti al piano, impegnati in un programma concepito espressamente per la nostra stagione musicale dedicata all’America: Lowell Liebermann, John Cage e John Adams. Esecuzione nitida, tesa, accurata e capace di trasmettere quel senso americano di fascinazione per il divenire della vita, il suo essere un ritmo aperto e serrato, che abitualmente si definisce con la cultura on the road. Andrea Jacchia ha letto i poeti della scuola di New York, accomunati probabilmente da un comune amore per la vita outdoor, lontano da libri e lettere impolverate, e vicino a un farsi della vita secondo un canovaccio molto libero e in perenne rotolamento. Applausi scroscianti e bis con Libertango, che scopriamo essere stata eseguita in prima assoluta da Piazzolla proprio a Milano. Il titolo del concerto è tratto da una celebre battuta di John Cage. “Torna in America o resta qui?”, chiese un incredulo Mike Bongiorno nel 1958 a John Cage, che dopo aver vinto 5 milioni di lire a Lascia o Raddoppia come esperto di funghi, si esibì in Water Walk, sua composizione per pianoforte, cinque radio, vasca  da bagno, innaffiatoio, cubetti di ghiaccio e pentola a pressione e molti altri oggetti ancora. “Io torno, ma la mia musica resta”, fu la risposta, a cui il conduttore replicò: “Era meglio il contrario, che la sua musica andasse via e lei restasse qui”. (Nella foto John Cage insieme a Mike Buongiorno a Lascia o raddoppia, nel 1958).

Image

(Venerdì 16 marzo 2012.) Figli (Splasc(H) Records) è una raccolta di ballate cantate da Tiziana Ghiglioni e musicate da Alberto Tacchini su testi di Federico Ceratti. Alla serata per la presentazione del cd Tiziana Ghiglioni ha cantato alcune tracce, fra cui quella che apre la raccolta, Aprirsi nel cuore. L’incontro è proseguito con una conversazione a cui hanno preso parte amici e non di Federico Ceratti, un’occasione per ricordarlo a quattro anni dalla scomparsa (emozioni forti per tutti coloro che lo conoscevano, da tagliare col coltello). Maurizio Mancuso ha commentato con verve filosofica il titolo dell’album, Figli, proponendo una chiave di lettura originale della contrapposizione fra generazioni. Michele Papagna ha raccontato dell’amico catalizzatore vulcanico di iniziative, Antonio Voltolini ha raccontato di un’amicizia longeva, e ha cantato una canzone da lui stesso musicata su testi di Federico. Dopo l’esperienza nel Movimento studentesco, Federico Ceratti ha fatto nascere tipografie e librerie universitarie, ha fondato riviste e associazioni no profit, ed è considerato fra i pionieri del movimento per il consumo etico in Italia. In parallelo, non ha mai rinunciato al suo sogno di comporre e cantare canzoni: ci ha lasciato un corpus di circa un centinaio di canzoni. Il cd ha ricevuto buona stampa da parte dei critici musicali di jazz.

Lasciare la casa

lasciare anche i boschi

marciare a piedi

lungo le valli.

Fuggire lontano

dal rombo di tuono

cercare un cielo

che respiri il sereno.

Dan di di di dan

Di da di dan

Din da di da din…

 

(Domenica 12 febbraio 2012, bel numero quasi palindromo). Il Brasile che Niccola Zuccalà & friends ci hanno restituito non è quello torvo e metafisico, calato in una natura impermeabile alle pulsioni dell’uomo, di Fitzcarraldo; o il Brasile dei frutti tropicali e del carnevale di Rio, appiattito sul cliché turistico. No. È un Brasile struggente, intriso di malinconia, un inno alle cose che non possono tornare. È un Brasile che addolcisce anche il piombo di certe canzoni, in cui si parla di fatica crudele e bambini che lavorano. Sarà stato per il repertorio leggero o per l’impianto di amplificazione acustica, fatto sta che a un bel momento l’austera sale del Convitto di Sant’Orsola, con tanto di grande quadro a soggetto religioso sulla parete in fondo, si è trasformata, le pareti si sono aperte, e pareva di stare sul ponte di una nave in crociera all’ora dell’aperitivo… E veniva pure da cercare con lo sguardo i camerieri con la giacca bianca per ordinare una caipirinha. Stefania Casiraghi ha compensato questo senso di dolce decadenza con la lettura forte di alcuni brani tratti da Cacao di Jorge Amado, il secondo romanzo di uno scrittore ancora giovanissimo magià avviato a una carriera letteraria internazionale. Fu pubblicato nel 1933 a Rio de Janeiro. È la storia di un giovane di buona famiglia che, rotolato lungo la scala sociale, si trova a lavorare in una piantagione di cacao. Qui imparerà la durezza della vita, l’arroganza dei padroni, la malizia della figlia dei padroni, il valore dell’amicizia e della consapevolezza del proprio valore. Una scuola di vita accelerata, con sullo sfondo una natura sensuale e indomabile. Sarebbe bello sentire più spesso il clarino tropicale di Zuccalà, e anzi a chi scrive è venuto il desiderio folle di averlo come musicista al proprio funerale – un suono così rende davvero la terra più lieve. (Nella foto Antonio Carlos Jobim.)

(Domenica 15 gennaio 2012.) Youkali fu composta da Kurt Weill a Parigi. Fu scritta nel 1934 per Marie Galante, ma il testo di Roger Fernay vi fu adattato sopra solo nel 1946. Musica e parole dipingono un’utopica isola dei Mari del Sud, un luogo di sogno in cui fuggire da tutto ciò che l’Europa di quegli anni ’30 era o stava per diventare. Yukali / la terra che desideri / Youkali / la gioia e il piacer son lì / Youkali / ed ogni pena puoi dimenticare. Dopo un anno di lavorazione a questa musica, Weill lasciava la Francia per fuggire definitivamente negli Stati Uniti, uno dei pochi fortunati. Lì avrebbe composto musiche più leggere e spensierate di quanto ci si sarebbe potuti attendere. Dopo la stagione dell’impegno al fianco di Brecht, verrà il turno del glamour e dei buoni sentimenti, come bene ci ha spiegato Maurizio Carnelli durante l’introduzione al concerto. Youkali, tecnicamente un tango Habanera, è stata la gemma di una serata appassionata, interamente dedicata a canzoni di Kurt Weill su testi di Brecht e altri. Probabilmente era il concerto più atteso della stagione, insomma la gemma dell’anno. Anita Dordoni si è cimentata con un repertorio impegnativo e nuovo, spingendo la sua voce chiara verso territori ombrosi, nel sottosuolo dell’anima. Ha sfidato a viso aperto, per così dire, le tre grandi M della canzone italiana: Milly, Mina e Milva, che prima di lei si erano misurate con questa struggente invocazione di un mondo al contrario. In una sola cosa non è riuscita perfettamente: a tenere imbrigliata a lungo la sua voce di soprano, che qui o là, durante canzoni lente o più agitate, esplodeva d’improvviso in una cascata di luce che lacerava la cortina di fumo da vecchia balera come se fosse carta velina. A un certo punto, Yukali si è quasi spalancata, si è squadernata, e ha preso il volo. Maurizio Carnelli, ça va sans dire, ha percosso i tasti bianchi e neri con l’eleganza a cui ci ha abituato non da ieri. Impeccabile anche Alessandro Di Tommaso alla fisarmonica. Giulia Cailotto ha letto poesie di Brecht celebri, come Lode del dubbio del 1932, ma anche altre meno celebri, come le brevi poesie scritte a metà degli anni ’50, più intimiste, quasi una conversazione con la vita prima del congedo. E poi anche passi di Francis Scott Fitzgerald, che a giudicare dalla scrittura, su Yukali ci deve essere vissuto a lungo. Come conclude la canzone Ma è un sogno / è follia / un’illusion / è  Youkali… Come si dice standing ovation in italianoNon si voleva andar via. (Nella foto Bertolt Brecht e Kurt Weill.)

(Domenica 11 dicembre.) In via San Vittore irrompe lo spirito delle praterie argentine e della malinconia portegna ma anche di personalità ribelli, indomite al potere, che levano alta la voce contro l’arbitrio e la crudeltà. Eliana Sanna ha trascinato da subito il pubblico nella scia dei suoi tanghi così familiari, e al tempo stesso così capaci di rimescolare le carte del profondo. Da Gardel a Piazzolla, da Victor Jara a Violeta Parra, ha spalancato la finestra nel tinello della nostra piccola Europa indolente, dubbiosa e, duole dirlo, di questi tempi angusta anche nei sogni. Bravissimo il maestro al piano, Andrea Bettini, che ha animato il palco con uno stile espansivo e caldo. Stefania Casiraghi, per la prima volta dietro al leggio delle letture nella nostra stagione, ha letto i brani di Roberto Mariani, un autore pressoché dimenticato e non famoso nemmeno in vita (sebbene Borges sia andato al suo funerale). La sua parabola è raccontata da Osvaldo Soriano nel libro Artisti, pazzi e criminali (1983). “Roberto Mariani fu uno dei più brillanti narratori della sventura e della disperazione e forse per questo la sua opera era destinata a svanire dalla storia della letteratura argentina.” Scontroso, solitario, insofferente di etichette, adepto della rivoluzione russa e nemico acerrimo del sopruso, si firmava con la sigla RS, che stava per ‘Rivoluzione Sociale’. Nel 1925 pubblicò i racconti di Cuentos de la oficina (Racconti dell’ufficio). La scrittura è nitida, le ricostruzioni della vita in ufficio rasentano l’entomologia, l’esito è quasi sempre tragico. La ballata dell’ufficio, che apre il volume, è un inno al contrario, sarcastico fino all’inverosimile, che irride la retorica del lavoro con cui si spinge l’essere umano a porgere spontaneamente i polsi e le caviglie ai ceppi. Uno (letto integralmente) è invece la storia di un impiegato che cade, si rompe il ginocchio, finisce in un vortice di indigenza e privazioni, trascinando con sè la moglie inerme. Qualcuno si è lamentato, finito lo spettacolo, per una scelta di letture senza respiro e non leggera. Per altri, ci piace pensare, abbia avuto un effetto catartico. Stefania Casiraghi non si è risparmiata: ha scaldato il fornelletto del pathos fermandosi solo un passo prima di tracimare nel parossismo. Sipario. Applausi. Vino per riprendersi. (La fotografia qui sopra, dal titolo Salinas Grandes de Jujuy, è stata scattata nel 2007 da Roberto Colasuonno, che poi quella porta l’ha attraversata davvero poco dopo.)

Nell’invito che abbiamo mandato per la presentazione del volume Le radici della ‘ndrangheta (Nutrimenti, 2011) di Mario Andrigo e Lele Rozza, subito sopra il bel disegno al tratto di Roberto Clemente (uno strano mostro coi denti sguainati e un sorriso stranamente amichevole) abbiamo riportato una citazione tratta dal libro: “La mafia può essere messa in crisi da ogni singolo comportamento, coraggioso e onesto, ripetuto all’infinito.” L’incontro del 17 novembre all’Auditorium di Cordata è andato bene, non perché ci fosse molto pubblico (tutt’altro, a causa di un quanto mai inopportuno sciopero dei mezzi di trasporto) ma perché la discussione è stata viva e le domande incalzanti. A intervistare i due autori c’era il giornalista Mario Portanova de ilfattoquotidiano.it. Mario Andrigo è un magistrato che ha lavorato per 13 anni in Calabria, partecipando a processi importanti. Lele Rozza, filosofo ed esperto di organizzazioni e comunicazione, si è appassionato al tema. La ‘ndrangheta non sarà un’organizzazione come tutte le altre, ma è pur sempre un’organizzazione. Bello quando i libri ti aprono gli occhi e ti fanno riflettere, ostacolando la comodità del quieto vivere.

English Corner è una scuola di inglese sofisticata, che propone lezioni individuali con insegnanti madrelingua di spessore. Benedetta Manghi, la sua fondatrice e animatrice, quando ha saputo di Round trip to America, ci ha proposto un’iniziativa che abbiamo accolto con favore: un incontro-lezione in inglese con due docenti della sua scuola che per ragioni di vita hanno lasciato gli States e si sono trasferiti in Italia. Insomma, una fuga dei cervelli al contrario. E così, il 16 novembre, eccoci lì ad ascoltare la storia di Michael Bergstein e Stuart Carbery. Michael Bergstein sembra un professore di fisica uscito da un film di Woody Allen, sebbene ci abbia detto di essere un filologo, editore e poeta (sui siti a cui è collegato si parla di innovative writing). Ha raccontato di un’America in declino, in cui la classe media fa fatica e in cui non è sempre piacevole vivere, vista la durezza in cui si trovano le categorie meno protette. Così Bergstein ha pensato bene di trovarsi una fidanzata italiana e poi di trasferirsi in Italia. Ci ha restituito una fotografia dura e politica della crisi americana, ha distribuito a tutti un foglio fotocopiato con alcuni dati che fanno riflettere. Per esempio, negli Stati Uniti ci sono oggi 18 milioni di case vuote requisite dalle banche creditrici ai proprietari. Il 15% degli americani vive al di sotto della linea di povertà. 45 milioni ricevono dal governo food stamp coupon. 1 bambino su 5 vive in povertà e si stima che 500mila bambini vivano sulla strada. Stuart Carbery ha portato una storia non meno sorprendente. Dopo una carriera di modello ai vertici del fashion system italiano, si è reinventato come producer e organizzatore. Poi si è reinventato un’altra volta, avvicinandosi alla meditazione e al reiki. Ha studiato a lungo, è stato due anni alle Hawai e ha viaggiato molto. Oggi è un maestro di meditazione, ed evidentemente ha trovato terreno fertile in Italia (con tutti i caffè che ci beviamo…). Al termine dell’incontro (eravamo tutti seduti a ferro di cavallo nella cripta), abbiamo bevuto del buon vino, felici di poterci portare a casa due belle storie nuove. E di sapere che non importa dove vada la corrente, ci sarà sempre qualche salmone che cercherà di risalirla nuotando con tutte le forze in senso inverso. Come si dice in inglese “c’est la vie”? Benedetta, possiamo lasciarlo in francese? (L’immagine qui sopra è un’edizione di Man Ray del 1919 dal titolo New York.)

Domenica 13 novembre si è inaugurata la seconda stagione di musiche e letture de l’Accordata. In un auditorium pieno e attento, Maurizio Carnelli al pianoforte e Giulia Cailotto al leggio hanno evocato la prima tappa di Round trip to America. Il programma riflette perfettamente l’osmosi musicale fra il Vecchio e il Nuovo Mondo, verso il quale i biglietti raramente sono di sola andata. Se noi abbiamo riscoperto il ragtime e il suo primo compositore, il nero Scott Joplin, grazie al film La stangata con Robert Redford (1973) già Debussy all’inizio del secolo scorso rimaneva incantato dai passaggi sincopati della musica d’oltreoceano. In Europa queste musiche si diffusero grazie ai cilindri delle pianole meccaniche… Giulia Cailotto ha letto con intensità la riduzione, fatta da lei stessa, di due racconti di Jack London, Come farsi un fuoco (‘To Build  a Fire’, 1908) e La bistecca (‘A Piece of Steak’, 1909). Il primo è la storia di un newcomer, un nuovo venuto, o chechaquo – per usare la lingua degli Indiani Chinook quando dovevano definire i cercatori d’oro che sfidavano la natura del Grande Nord senza alcuna esperienza. La storia è ambientata nello Yukon: un uomo solo perde la vita perchè incapace di immaginare la morte in agguato, i suoi tentativi di accendersi un fuoco per riscaldarsi a -45° sono sempre più goffi e inutili… Il secondo è il reportage dell’ultimo incontro della carriera di un pugile al tramonto, talmente impoveritosi da non potersi più permettere una bella bistecca prima dell’incontro che lo vedrà cedere il passo a una gioventù in ascesa. Carnelli ha chiuso il concerto con un’esecuzione trascinante di Rhapsody in Blue di Gershwin, ci ha generosamente catapultato fuori dalla sala in un altro mondo e un altro tempo, forse in quel 12 febbraio del 1924 in cui il geniale compositore la eseguì a New York alla presenza di Stravinsky, Stokovski e Rachmaninov. L’aveva composta in in mese, ma quel giorno improvvisò parecchio, e scrisse la partitura solo dopo il debutto. Il celebre glissando al clarinetto, abbinato ai ritmi di una gioiosa Totentanz di listziana memoria, sono il segno di un mondo aperto, un mondo in cui jazz e musica colta dialogano senza paraocchi, un mondo appunto più nuovo in cui le cose succedono nell’arco di una sola vita e non da una generazione all’altra. Dopo la cavalcata, vini buoni e stuzzicherie per il palato, insieme al piacere di ritrovare facce nuove e ‘vecchie’. (Il quadro qui sopra è Gas di Edwar Hopper del 1940, e rende appieno la perplessità dell’uomo solo di fronte alle cose della vita.)

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.